C’è chi resta e c’è chi va. Non sempre ci sono buoni motivi per una scelta o per l’altra. A volte sono le circostanze, in alcuni casi è l’amore per qualcuno che ti spinge a partire o a restare, altre volte alla base di tutto c’è la scoperta di un punto di vista che prediligi per osservare il mondo. In quest’ultimo caso puoi partire o fermarti senza che la tua vita cambi un granché. Per noi, ad esempio, in questo momento è così. Abbiamo una videocamera per viaggiare anche da fermi.
Quando abbiamo iniziato a pensare al documentario Il mio quartiere si chiama Europa ci è venuto in mente che raccontare la storia di un quartiere, anche di un quartiere piccolo in una piccola città come Aosta, significa provare a rivelare gli intrecci tra tante vite diverse, tra persone che nemmeno si conoscono, anche se hanno camminato o camminano per le stesse strade. Dal momento che il quartiere in questione è stato per molto tempo caratterizzato da una forte presenza di immigrati provenienti da varie regioni italiane, ci è venuto naturale pensarlo come un “altrove” in cui a molti, in epoche diverse, è capitato di venire a vivere. L’incontro con Tania, proprio in quel quartiere, e con la sua esperienza di emigrazione post laurea a Parigi ci hanno fatto capire che dopo un “altrove” ce n’è sempre un altro, che la medesima città, che rappresenta la meta di qualcuno, è per altri la casa da lasciare appena possibile con in tasca il sogno di una vita diversa e migliore, di un posto nuovo in cui stare.
Il fatto poi che questo quartiere, in questa piccola città del nord ovest italiano, si chiami “Europa” ci è subito sembrato un segno. In fondo, l’Europa nella sua astrattezza di entità politico-economica è anche il vasto territorio in cui ci è dato muoverci senza passaporto. Insomma, è la nostra California, un sogno di libertà a portata di mano. Prima c’era l’Italia e gli spostamenti da sud a nord, da est a ovest. Ora l’Europa ha dilatato i nostri confini mentali: partiamo ma contemporaneamente restiamo a casa.
Sarà, sì, anche una questione di “futuro rubato” ai giovani italiani, ma mettendo a confronto i racconti di emigrazione di un tempo con quelle dei ragazzi di oggi ci saltano agli occhi i tratti comuni, le aspirazioni simili al momento della partenza, il gusto per il nuovo, la fatica di una lingua diversa, le difficoltà ma anche la gioia e l’orgoglio di inserirsi nel posto in cui, per lavoro o libera scelta, ci si è trovati a vivere.
Tania e gli altri immigrati che stiamo ascoltando per realizzare il documentario ci hanno regalato un lessico provvisorio in cui è bandita la parola “straniero”, che invece grava come un pesante fardello sulle spalle dei cosiddetti “extracomunitari”. E altre parole come “casa” e “qui”, che indica sempre e comunque un presente lontano dalla terra d’origine, tracciano confini certi ma difficili da decodificare. “Ne vale la pena” è alla fine, secondo noi, il motto che meglio riassume una irrequietezza che, forse, come sosteneva Bruce Chatwin, caratterizza da sempre gli esseri umani ed è anche la “ragione” di tanti migranti di ieri e di oggi che ci piacerebbe riuscire a raccontare.